La Cassazione sui trasfertisti

Con la sentenza 30319 del 30 novembre 2019 (pochi giorni fa) la Cassazione ha affermato che “Occorre premettere che, secondo una giurisprudenza consolidata di questa Corte, il regime del trasfertismo (art. 51, sesto comma, del t.u.i.r.) non richiede per la sua applicazione che le indennità e le maggiorazioni ivi previste siano corrisposte in maniera fissa e continuativa, anche indipendentemente dalla effettuazione della trasferta e dal tipo di essa, e ciò che rileva è unicamente che si tratti di erogazione corrispettiva dell’obbligo contrattuale assunto dal dipendente di espletare normalmente le proprie attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi e, quindi, al di fuori di una qualsiasi sede di lavoro prestabilita, restando, invece, ininfluenti le modalità di erogazione dell’indennità (cfr. in tal senso Cass. 13 gennaio 2012, n. 396; Cass. 9 marzo 2012, n. 3824; Cass. 7 ottobre 2013, n. 22796). Secondo tale indirizzo il regime della trasferta è, dunque, inapplicabile ai cd. trasfertisti abituali, cioè a quei lavoratori che per le caratteristiche strutturali della loro prestazione non hanno una sede di lavoro fissa, e i diversi regimi disciplinati dal quinto e dal sesto comma del citato art. 51 sono diretta conseguenza delle modalità di lavoro. 5.2. In materia, è intervenuto l’art. 7-quinquies del d.l. 22 ottobre 2016, n. 193 (conv. in I. 1 dicembre 2016 n. 225), il quale, nel dettare disposizioni di «Interpretazione autentica in materia di determinazione del reddito di lavoratori in trasferta e trasfertisti», ha disposto che «1. Il comma 6 dell’articolo 51 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, si interpreta nel senso che i lavoratori rientranti nella disciplina ivi stabilita sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni:

a) la mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro;

b) lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente;

c) la corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta.

Ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle condizioni di cui al comma 1, non è applicabile la disposizione di cui al comma 6 dell’articolo 51 del testo unico di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986 è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta di cui al comma 5 del medesimo articolo 51». 5.3. Con tale norma, che contiene un’interpretazione autentica del concetto di trasferta, sono state quindi indicate le specifiche condizioni in presenza delle quali è possibile distinguere, ai fini fiscali e previdenziali, il regime a cui sono sottoposti i «trasfertisti abituali» da quello a cui sono sottoposti i «trasfertisti occasionali» e si è in tal modo superato il precedente criterio distintivo che era strettamente collegato alla ricostruzione della singola fattispecie di volta in volta esaminata. 5.4. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 27093 del 16 novembre 2017, intervenendo sulla questione, hanno affermato i seguenti principi di diritto: a) «la predetta disposizione, che ha introdotto una norma retroattiva autoqualificata di interpretazione autentica, è conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza e di tutela del legittimo affidamento nella certezza delle situazioni giuridiche, oltre che all’art. 117, comma 1, Cost., sotto il profilo del principio di preminenza del diritto e di quello del processo equo di cui all’art. 6 della CEDU. Infatti tale norma retroattiva ha attribuito alla norma interpretata un significato compatibile con il suo tenore letterale, ma più aderente alla originaria volontà del legislatore, con la finalità di porre rimedio ad una situazione di oggettiva incertezza del dato normativo, determinata da un persistente contrasto tra la giurisprudenza di legittimità, le Pubbliche amministrazioni del settore e la variegata giurisprudenza di merito»; b) «in materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, alla stregua dei criteri di interpretazione letterale, storica, logico-sistematica e teleologica, l’espressione «anche se corrisposta con carattere di continuità» – presente sia nell’art. 11 della legge 4 agosto 1984, n. 467 sia nel vigente art. 51, comma 6, del t.u.i.r. (così come nel comma 6 dell’art. 48 del t.u.i.r., nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal d.lgs. 2 settembre 1997, n.

314) – deve essere intesa nel senso che l’eventuale continuatività della corresponsione del compenso per la trasferta non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso (di quello stabilito in via generale per la retribuzione imponibile), rispettivamente previsto dalle citate disposizioni». 5.5. Pertanto, soltanto in caso di contestuale presenza delle tre condizioni richiamate dall’art. 7 -quinquies del d.l. n. 193/2016, applicabile anche ai giudizi pendenti prima dell’entrata in vigore della norma interpretativa, il lavoratore, inquadrabile nella categoria del «trasfertista», deve essere assoggettato al regime fiscale previsto dal sesto comma dell’art. 51 del t.u.i.r., ossia alla tassazione del 50 per cento delle somme riconosciute a titolo di trasferta; qualora, invece, anche una sola di tali condizioni non sia presente, deve trovare applicazione il regime fiscale previsto per le indennità di trasferta dal quinto comma del medesimo art. 51, e cioè la tassazione delle somme che superano il valore di euro 46,48 al giorno, per le trasferte in ambito nazionale, e di euro 77,47, in caso di trasferte all’estero (Cass. 29 gennaio 2019, n. 2424; Cass. 20 giugno 2018, n. 16230). 6. Ebbene, allo ius superveniens ed ai criteri così come individuati dalle Sezioni Unite non risulta essersi uniformata l’indagine condotta dai giudici regionali nella impugnata sentenza, che, ritenendo i lavoratori dipendenti della società contribuente «trasfertisti», hanno dato esclusivo rilievo alle modalità di erogazione delle indennità di trasferta, omettendo di verificare se ricorrono nella fattispecie sottoposta al loro esame tutti i requisiti che, ai sensi dell’art. 7 -quinquies del d.l. n. 193 del 2016, convertito dalla I. n. 225 del 2016, devono contestualmente sussistere ai fini dell’applicabilità del regime fiscale previsto dal sesto comma dell’art. 51 del t.u.i.r.

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